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Il nettare degli dei

La diffusione del vino in Puglia ripercorre grosso modo le stesse tappe che hanno permesso agli ulivi di insediarsi praticamente in ogni angolo della Regione. Sono infatti i soliti coloni greci a diffondere la coltivazione della vite (vitis vinifera) in Puglia e nell'intera Italia meridionale.

La pianta tuttavia cresceva già spontaneamente sulle rive del Mar Caspio e nella Turchia orientale ben 300.000 anni fa.
Nel mondo greco il vino è ritenuto un dono degli dei e secondo la tradizione sarebbe stato il dio Dioniso, il più giovane dei figli immortali di Zeus, ad introdurre la coltivazione della vite tra gli uomini. In suo onore vengono organizzate celebrazioni all'insegna della sfrenatezza alle quali partecipano quasi esclusivamente donne.

L'impero romano da un grande impulso alla produzione del vino, che passa dall'essere un prodotto elitario a divenire una bevanda dall'uso quotidiano. Ispirandosi alla mitologia greca, adorano il dio del vino che ora si chiama Bacco e in suo onore si organizzano feste a volte anche orgiastiche dette baccanali.
Nell'antica Roma il vino pugliese è molto famoso e in molti scritti di storici romani si possono leggere passi che ne decantano il profumo, il sapore e il colore.


Nella religione cristiana il vino acquisisce un ruolo simbolico: nel momento della liturgia si trasforma in sangue, mentre il pane nel corpo di Cristo.
Oggi la Puglia è una delle regioni italiane che produce in assoluto più vino al punto che diversi addetti ai lavori amano definire la Regione come la "cantina d'Europa".
Le aziende finalmente iniziano a rendersi conto dell'enorme potenzialità dei vini locali e per questo, in molti casi, tendono a ridurre la produzione al fine di ottenere un prodotto che punti più sulla qualità che sulla quantità.
Gli sforzi compiuti hanno permesso alla Puglia di ricevere importanti riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale; ad oggi la Regione conta infatti ben 25 vini D.O.C tra cui il celebre Primitivo di Manduria prodotto ovviamente a Manduria, in gran parte dei comuni della provincia di Taranto e in tre comuni della provincia di Brindisi: Erchie, Oria e Torre Santa Susanna.

Tra questi vini ci onora menzionare il "Brindisi D.O.C" prodotto nei territori di Brindisi e Mesagne. E' ottenuto con uve provenienti dal vitigno Negramaro (cosiddetto in quanto ha una colorazione scura ed un gusto amarognolo), a cui possono concorrere uve provenienti dai vitigni Malvasia Nera di Brindisi, Sussumaniello, Montepulciano e Sangiovese, da sole o congiuntamente in percentuale non superiore al 30%.
Per chi non lo sapesse, la categoria dei vini D.O.C comprende i vini prodotti in determinate zone geografiche nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione approvato con decreto ministeriale.

Tali vini, prima di essere messi in commercio, devono essere sottoposti in fase di produzione ad una preliminare analisi chimico-fisica e ad un esame organolettico che certifichi il rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare; il mancato rispetto dei requisiti ne impedisce la messa in commercio con la dicitura DOC.
Il "Brindisi D.O.C" proprio quest'anno ha ottenuto un importantissimo riconoscimento al Vinitaly di Verona, una grande manifestazione di riferimento dell'universo enologico nazionale ed internazionale, dove ha ottenuto la medaglia d'oro. Il premio è stato conferito alla cantina "Due palme" di Cellino San Marco (Brindisi).

Come si produce il vino

Nei mesi di Agosto, Settembre, Ottobre o Novembre (a seconda del tipo di uva) viene effettuata la vendemmia attraverso cui si ricavano uve pregiate destinate in parte alla vendita al dettaglio e in parte alla produzione del vino.
Esattamente come nel caso dell'olio, in cui abbiamo preferito soffermarci sulle tecniche di produzione del passato, anche in questo caso vorremmo raccontarvi come si produceva il vino al tempo dei nostri nonni. Dopo tutto lo scopo di questo sito è proprio quello di far riemergere tutto quel mondo fatto di tradizioni e retaggi culturali che altrimenti rischierebbero di finire nell'oblio della storia.

Raccolta l'uva, questa veniva collocata in delle grandi vasche e pigiata direttamente con i piedi scalzi dai contadini. Questo tipo di pigiatura non era certamente il massimo in termini di igiene anche se bisogna riconoscere che lo schiacciamento degli acini era perfetto. Attraverso la pigiatura si otteneva il mosto ma anche residui solidi come bucce, vinaccioli e raspi. Per questo motivo questa pasta, una volta tolti i raspi, veniva collocata nei torchi, una sorta di presse manuali con cui era possibile estrarre fino alle ultime gocce di vino contenute nelle bucce. Per avere un'idea, da 100 kg di uva era possibile estrarre fino a 70 litri di vino.

Il mosto così estratto veniva spesso travasato nel "capasone" una sorta di grande giara di creta di colore giallo o giallo/bruno (oggi si possono trovare nei giardini come semplice decorazione). Le sue dimensioni variavano da 25 a 200 cm di altezza, con una capienza massima di 250 litri. Qui il vino veniva lasciato fermentare oppure veniva travasato nuovamente in delle botti, se le quantità erano molto elevate.
Dopo l'uso, prima di essere riutilizzato per la nuova vendemmia, il capasone veniva sottoposto a lavaggi con acqua e potassa, oppure con acqua e tufo macinato, e l'interno veniva strofinato con spazzoloni alla cui cima erano legati ciuffi di mirto, timo o altre essenze profumate.